Imu e «finte» prime case, i controlli dei Comuni indietro fino a 5 anni

Casa

Con la sentenza 20130/2020 la Corte di cassazione apre la strada al recupero dell’elusione Imu sulle doppie abitazioni principali. La sentenza conferma quanto già statuito nella sentenza n. 4166/2020, ma aggiunge un’ulteriore precisazione, ovvero che nel caso di spacchettamento della famiglia, in realtà né l’abitazione in città né quella turistica possono considerarsi abitazione principale.

La disciplina Imu prevede che «per abitazione principale si intende l’immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore e i componenti del suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente». È quindi evidente che, nel caso di spacchettamento della famiglia, la condizione prevista dalla normativa (la residenza e dimora dell’intero nucleo familiare) non si verifica né per l’abitazione di città né per quella turistica.

La Cassazione ha quindi applicato la normativa senza operare alcuna interpretazione estensiva, anche considerando la natura delle norme agevolative, che sono di stretta interpretazione.

Il problema del recupero dell’evasione si pone per la posizione assunta dal Dipartimento delle Finanze nella circolare n. 3/DF del 2012, nella quale si era ammessa la possibilità di avere una doppia abitazione principale, anche se motivata da ragioni lavorative.

L’interpretazione fornita dal ministero dell’Economia non è stata condivisa dai Comuni, che hanno continuato ad accertare le ipotesi di spacchettamento della famiglia, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità formatasi in tema di Ici (da ultimo, Cassazione n. 2800/2019).

Da Il Sole 24 ore 

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